Una volta deciso di incamminarmi sul sentiero del self-hosting, la prima scelta che si è presentata è stata quella tra un server fisico e un server virtuale.
In termini semplici, la prima opzione richiede l’acquisto di un computer in carne ed ossa, o forse sarebbe meglio dire in rame e silicio, mentre la seconda consiste nell’utilizzare una macchina virtuale ospitata in un datacenter che può trovarsi anche a migliaia di chilometri da casa.
Osservando con attenzione le due possibilità, mi sono reso conto che la gestione di un server fisico avrebbe aggiunto degli aspetti che, in questa fase del percorso, non desideravo approfondire: trovare uno spazio adeguato, garantire un’alimentazione stabile, gestire la connettività a internet, e diverse altre questioni materiali. Ho quindi scelto la strada più semplice, affidandomi a un provider che si occupasse dell’infrastruttura fisica e mi permettese così di concentrare le mie energie sulla comprensione e sulla gestione del sistema.
Dopo una breve ricerca ho acquistato uno spazio VPS (Virtual Private Server) presso Serverplan, un’azienda italiana che conosco e alla quale mi affido da molti anni. Tra le diverse offerte ho scelto una configurazione con 2 core, 4 GB di RAM e 100 GB di spazio SSD, al costo di circa 10 euro al mese.
Completato l’acquisto, ho ricevuto una mail con l’indirizzo IP della macchina virtuale, già preparata con il sistema operativo richiesto, e le credenziali di accesso come utente root. In quel momento è iniziata la parte più interessante del percorso: sicurezza, backup, aggiornamenti e applicazioni sarebbero stati tutti aspetti di cui prendermi cura personalmente.
Esistono anche formule gestite, nelle quali parte di queste attività viene delegata al provider, ma ho preferito rinunciare a quella comodità: se lo scopo era sviluppare una maggiore consapevolezza sul funzionamento dei sistemi, allora dovevo essere io a occuparmi di tutto.
Fu così che la ruota iniziò a girare.

