Il nobile sentiero della consapevolezza digitale – La messa in moto del server

Un uomo di mezza età studia un libro dal titolo "System Administration". E' seduto nella posizione del loto e intorno a lui ci sono immagini con schemi di reti, output di comandi Linux e contenuti di file di log.

Una volta deciso di incamminarmi sul sentiero del self-hosting, la prima scelta che si è presentata è stata quella tra un server fisico e un server virtuale.

In termini semplici, la prima opzione richiede l’acquisto di un computer in carne ed ossa, o forse sarebbe meglio dire in rame e silicio, mentre la seconda consiste nell’utilizzare una macchina virtuale ospitata in un datacenter che può trovarsi anche a migliaia di chilometri da casa.

Osservando con attenzione le due possibilità, mi sono reso conto che la gestione di un server fisico avrebbe aggiunto degli aspetti che, in questa fase del percorso, non desideravo approfondire: trovare uno spazio adeguato, garantire un’alimentazione stabile, gestire la connettività a internet, e diverse altre questioni materiali. Ho quindi scelto la strada più semplice, affidandomi a un provider che si occupasse dell’infrastruttura fisica e mi permettese così di concentrare le mie energie sulla comprensione e sulla gestione del sistema.

Dopo una breve ricerca ho acquistato uno spazio VPS (Virtual Private Server) presso Serverplan, un’azienda italiana che conosco e alla quale mi affido da molti anni. Tra le diverse offerte ho scelto una configurazione con 2 core, 4 GB di RAM e 100 GB di spazio SSD, al costo di circa 10 euro al mese.

Completato l’acquisto, ho ricevuto una mail con l’indirizzo IP della macchina virtuale, già preparata con il sistema operativo richiesto, e le credenziali di accesso come utente root. In quel momento è iniziata la parte più interessante del percorso: sicurezza, backup, aggiornamenti e applicazioni sarebbero stati tutti aspetti di cui prendermi cura personalmente.

Esistono anche formule gestite, nelle quali parte di queste attività viene delegata al provider, ma ho preferito rinunciare a quella comodità: se lo scopo era sviluppare una maggiore consapevolezza sul funzionamento dei sistemi, allora dovevo essere io a occuparmi di tutto.

Fu così che la ruota iniziò a girare.

Il nobile sentiero della consapevolezza digitale – Prologo

Un uomo di mezza età studia un libro dal titolo "System Administration". E' seduto nella posizione del loto e intorno a lui ci sono immagini con schemi di reti, output di comandi Linux e contenuti di file di log.

Così accadde.

Nella caldissima estate del 2026, nelle settimane centrali di agosto per la precisione, presi la decisione di imbarcarmi in un’operazione di self-hosting.

Per chi non lo sapesse, il self-hosting è la pratica di gestire personalmente alcuni servizi digitali che normalmente vengono affidati a grandi piattaforme commerciali. Non tutti sentono questa esigenza, ma alcuni avvertono un certo disagio nel dipendere completamente da strumenti che non controllano. Il self-hosting rappresenta una possibile risposta a tale disagio.

Il self-hoster decide dunque di dotarsi di un proprio server personale. Su di esso installerà sia applicazioni open source alternative a quelle normalmente disponibili sulle piattaforme commerciali, sia il software necessario per accedere al Fediverso, una rete sociale frequentata da persone che hanno iniziato a interrogarsi sulla natura e sui limiti delle piattaforme commerciali, alla ricerca di una maggiore autonomia e consapevolezza digitale.

Per raggiungere tale obiettivo, il nostro tempo ci mette a disposizione una via breve e una via lunga, il sentiero della delega e il sentiero della comprensione, quello degli strumenti e quello della conoscenza.

La via breve prevede che il self-hoster si appoggi ad un’applicazione che lo aiuti nelle varie attività che la gestione di un server richiede (sicurezza, installazione/aggiornamento delle applicazioni, backup, ecc.). Un buon esempio di queste applicazioni è YunoHost.

La via lunga prevede invece un percorso di liberazione più radicale, con la rinuncia a strumenti di amministrazione non strettamente necessari e la presa di rifugio nel sistema Linux e negli strumenti di base che esso mette a disposizione.

Presi la via lunga.