Al mare ci si abbronza di più sulla spiaggia o sugli scogli?

Donna che si abbronza sulla spiaggia

In estate è una delle domande più gettonate, tutti dicono la loro e chi sono io per non dire la mia? Eccola qui, la mia.

Intanto richiamiamo un paio di principi di fisica che ci sono utili in questo studio particolare:

  • la luce si muove in linea retta. O meglio… nei posti in cui più comunemente si prende il sole funziona così. Le cose vanno invece in maniera sensibilmente diversa nelle regioni di spazio in cui ci sono grandi concentrazioni di masse, tipo in prossimità di stelle e buchi neri, ma voi prendete il sole sulla spiaggia o sugli scogli, non in prossimità di stelle e buchi neri, quindi per quanto ci interessa la luce si muove in linea retta;
  • la parte di radiazione solare che abbronza è quella costituita dai raggi ultravioletti. Il resto della radiazione solare non serve in nessun modo ad abbronzare (ma svolge comunque altri effetti utili, tra i quali quello di evitare che il nostro pianeta si trasformi in una palla di ghiaccio che sfreccia nell’universo priva di forme di vita).

Per abbronzarsi bisogna dunque esporsi ai raggi ultravioletti e, per tornare alla domanda iniziale, dobbiamo chiederci quindi se ne prendiamo di più adagiando le nostre membra sulla spiaggia o sugli scogli.

I raggi ultravioletti che colpiscono i vostri corpi esposti al sole (e dico “vostri” perché io il mio non l’espongo, non sono un amante del genere) li raggiungono muovendosi in linea retta e quindi in due possibili modi.

Alcuni ci arrivano direttamente, ovvero partono dal sole e dopo circa otto minuti e mezzo di viaggio all’incredibile velocità di oltre un miliardo di km/h terminano la loro folle corsa sbattendovi contro e procurandovi tutta una serie di danni, tipo scottature, rughe precoci e tumori della pelle, ma dandovi anche quel bel colore bronzeo che vi piace tanto [1].

Altri ci arrivano per via indiretta, cioè raggiungendo il vostro corpo dopo essere rimbalzati su ciò che avete intorno (ad esempio sabbia o scogli) ma procurandovi gli stessi effetti visti prima, ovvero scottature, rughe, tumori e tintarella.

Dunque una delle vie maestre per massimizzare la velocità della tintarella è legata al massimizzare l’esposizione ai raggi ultravioletti.

Per la componente “diretta” di quei raggi possiamo fare poco. Il Sole è poco incline ad ascoltare suppliche e quindi non lo convinceremo ad emettere quantità maggiori di radiazione ultravioletta in direzione della Terra.

La partita si gioca dunque sui raggi riflessi e quindi la domanda originaria potrebbe essere riformulata in maniera più precisa scrivendo: chi riflette meglio i raggi ultravioletti, la spiaggia o gli scogli?

Qualcuno sostiene la tesi secondo cui superfici chiare rifletterebbero gli UV meglio di superfici scure e arriva così a concludere che le spiagge, in quanto superfici più chiare, sarebbero più adatte alla tintarella rispetto agli scogli (o il contrario, nel caso di scogli chiari e spiagge scure).

Io però non ho trovato evidenze convincenti relative al fatto che la riflessione dei raggi UV possa dipendere in qualche modo dal colore della superficie riflettente, quindi nel prosieguo non prenderò in considerazione questa possibilità.

Cerchiamo di capire allora come il materiale di cui è composta una data superficie (indipendentemente dal suo colore) ne influenzi la capacità di riflettere i raggi ultravioletti.

Per fare questo dobbiamo però introdurre il concetto di “albedo”.

L’albedo è fondamentalmente la frazione di radiazione solare che viene riflessa da una determinata superficie rispetto a quella da cui era stata colpita. Ad esempio, un’albedo dello 0% è quella misurata su una superficie che riflette lo zero percento della radiazione solare che la colpisce, ovvero su una superficie che trattiene tutta la radiazione solare incidente, mentre un’albedo del 100% si misura su una superficie che riflette tutta la radiazione che la colpisce, senza assorbirne neanche una minima parte.

In letteratura sono disponibili le albedo di varie superfici e da questi studi risulta che l’albedo della sabbia asciutta (che varia tra il 15% e il 18%) è maggiore dell’albedo della roccia (di poco inferiore al 4%). Dunque possiamo dire che la sabbia, avendo un albedo maggiore della roccia, è la superficie che riflette meglio i raggi ultravioletti [2].

Consideriamo però che la quantità di raggi ultravioletti riflessa è ridotta, inferiore al 20% ovvero interessa meno di un quinto dei raggi ultravioletti incidenti, e che non è diretta tutta verso di voi che prendete il sole ma viene diffusa disordinatamente in tutte le direzioni. Quindi non solo i raggi che vengono riflessi dalla spiaggia sono pochi ma la maggior parte di loro torneranno verso il cielo o andranno a colpire altro e non voi.

A questo punto penso che possiamo dare una risposta abbastanza precisa alla domanda iniziale.

Al mare ci si abbronza di più sulla spiaggia o sugli scogli?

E’ uguale.

O meglio, magari non è proprio uguale-uguale ma la differenza è così bassa che ci sono chissà quanti altri fattori che saranno più determinanti nello stabilire dove vi abbronzerete di più, e concentrarvi sulla spiaggia o sugli scogli vi farà solo perdere tempo.

Un tempo che avreste potuto spendere più proficuamente nel procurarvi ustioni, rughe precoci, un’aumentata probabilità di tumore della pelle e quel bel colore che vi piace tanto.

L’antinomia del ristorante

Secondo Wikipedia:

L’antinomia (dal greco αντι, preposizione che indica una contrapposizione, e νομος, legge) è un particolare tipo di paradosso che indica la compresenza di due affermazioni contraddittorie che possono essere entrambe dimostrate o giustificate.

Nel seguito userò il termine antinomia riferendomi a due esperienze compresenti nella mia esperienza ma in aperta contrapposizione tra loro. Non posso ovviamente dimostrare la verità di queste esperienze con il dovuto rigore ma, in ragione della loro frequenza, mi permetto di assumerle come dimostrate de facto.

Il riferimento al ristorante invece rimanda all’ambito in cui mi è capitato di notarla per la prima volta.

Esperienza 1: la cena al ristorante con una donna

E’ esperienza comune tra gli uomini che andando al ristorante con una donna l’onere di pagare il conto ricada sulle loro spalle. Come in tutte le vicende umane ci sono ovviamente delle eccezioni ma per quanto riguarda la mia esperienza credo di poter dire che queste eccezioni siano in numero statisticamente irrilevante.

Esperienza 2: il racconto dell’esperienza di cui sopra ad un gruppo di donne

Provando a raccontare alle donne di quanto spesso mi capiti di dover pagare la cena ad una di loro, e quanto raramente mi capiti il contrario, non posso non notare come la stragrande maggioranza di loro tenda a rispondere, in molti casi con indignazione, qualcosa come “ah no… io no… con me si fa metà ciascuno”.

L’antinomia del ristorante è tutta in questa contrapposizione tra il comportamento che sperimento quando siamo al ristorante e la reazione di fronte a cui mi trovo quando ne parlo: al ristorante tutte (o quasi) considerano il pagamento del conto come un dovere maschile mentre quando ne parlo tutte (o quasi) sostengono l’opportunità di dividere la spesa (pagando metà ciascuno o alternando le volte in cui paga l’uomo e le volte in cui paga la donna).

La termodinamica del tè

Teiera in ghisa con tazzine

“I pregi della teiera in ghisa sono molti: esteticamente piacevoli, mantengono a lungo il calore dell’infuso”.

Questa teoria secondo cui le teiere in ghisa manterrebbero a lungo il calore del tè è una stramberia che si legge sulla maggior parte dei siti che trattano l’argomento “teiere in ghisa”.

La ghisa è un metallo e in quanto tale è un ottimo conduttore di calore.

Se così non fosse non potremmo scaldare le nostre case con dei termosifoni (che una volta erano fatti proprio in ghisa), perché il calore dell’acqua calda che circola al loro interno verrebbe trattenuto invece di trasferirsi all’ambiente, riscaldandolo.

E il motore della nostra auto fonderebbe dopo pochi Km se il metallo di cui è composto (e anche qui una volta si usava la ghisa) trattenesse il calore al suo interno invece di dissiparlo.

Quindi tazzine e teiere in ghisa hanno proprio la caratteristica opposta a quella che viene spesso raccontata, ovvero non solo non trattengono il calore ma anzi lo dissipano con una certa velocità.

E fatemi dire che è questo, oltre alla loro piacevolezza estetica, il motivo per cui sono tanto belle: il tè in una tazza di porcellana (materiale noto per le sue caratteristiche di isolante termico) richiede una lunga attesa prima di poter essere bevuto senza il rischio di ustioni mentre in una tazzina di ghisa bastano una trentina di secondi perché si raffreddi fino ad una temperatura tale da essere bevibile.

Attenzione però, l’energia non scompare nel nulla e il calore che viene perso dal tè passa quasi interamente alla tazzina che diventa quindi bollente. Ed è per questo che la tazzina in ghisa, oltre a non dover essere riempita troppo oltre la metà, dev’essere presa il più in alto possibile, per evitare che invece di ustionarsi la bocca si ustionino i polpastrelli.

(Credo sia questo anche il motivo per cui le tazzine in ghisa non hanno il manico: data la temperatura che raggiungerebbe sarebbe del tutto inutile).

Il voto utile

Il voto utile è il voto del cittadino che si informa, riflette, pensa a cosa potrebbe essere più utile per lui, per i suoi cari, per il suo paese, decide per chi votare, va al seggio e vota.

Il voto inutile è il voto di chi preferisce (per pigrizia o scarsa stima di sé) fidarsi di ciò che altri dicono essere meglio per lui, per i suoi cari, per il suo paese.

E’ un voto inutile perché non porta in dote nessuna visione strategica, nessuna energia costruttrice. E’ solo il doppione, il “copia e incolla”, del voto di un altro. Un voto che messo insieme a tanti altri farà certamente massa, ma una massa senza peso, che sposterà equilibri politici, deciderà nascite e cadute di governi, ma che non rappresenta nessuno.

L’utilità di un voto è nel processo che porta alla sua nascita non nel simbolo scelto sulla scheda.

L’idea di democrazia di chi è disposto a votare tappandosi il naso non è poi molto diversa, mutatis mutandis, da quella di chi auspica svolte illiberali: il primo decide di limitare la propria libertà di voto, il secondo si propone di limitare quella di tutti gli altri.

Scelte forse diverse nella quantità dell’errore ma non nella sua qualità. Sono entrambe scelte in cui manca la consapevolezza del valore che ha per le sorti di una società il contributo di razionalità e di etica che ognuno può portare con una scelta cosciente e ragionata.